Quella voce

 

Quella voce

di Giuliano Lenni

- a Renato Lenni, mio babbo -

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Tra le nostre foto ne ho scelta una in particolare per ricordare il nostro legame, una vecchia immagine sfocata in bianco e nero tipica degli anni settanta, in cui l'atmosfera serena e dolce di quando ero bambino mi fa sobbalzare in una miscellanea di ricordi gioiosi che hai contribuito a farmi vivere, insieme alla mamma e ai miei fratelli. Non rammento la tua voce di quando mi hai preso in braccio per la prima volta, posso solo immaginare le parole dolci e amorevoli che quella voce hanno espresso. Quella voce che ha determinato in me una trasformazione continua e radicale dell'esistenza, un'eco persistente, un'ombra che ha accompagnato ogni mio passo. Quando un padre se ne va, non muore solo fisicamente. Se ne va anche una parte imprescindibile della tua storia, un frammento insostituibile del tuo essere. È la voce che più rispettavi, il consiglio che magari ignoravi sul momento ma che non dimenticavi mai. Un amore che non sempre riuscivi ad esternare ma lo sentivi senza alcun dubbio, puro e incondizionato. Un padre è una figura di una forza irripetibile, la sua presenza un pilastro. E il giorno in cui quel pilastro crolla, il mondo, pur non finendo, smette di avere lo stesso senso. L'orologio continua a ticchettare, ma il tempo sembra fermarsi in un'eterna sospensione. Gli abbracci e le carezze non hanno più lo stesso calore e quel colpo di tosse si confonde nel ricordo, diventando sbiadito e lontano. Si tratta della scomparsa dell'uomo che ti ha tenuto in braccio, di colui che ha plasmato la tua identità, ti ha insegnato a camminare con fermezza e, inconsapevolmente, ti ha trasmesso anche le sue paure, il suo carattere, i suoi gesti e quel suo modo unico di amare in silenzio. Quell’immagine sfocata mi riporta indietro nella memoria, quando tutti noi non sapevamo ancora quello che ci sarebbe successo nel corso della vita e quando tu avevi forza e fiato per la tua famiglia, nelle buie sere d’inverno davanti al focolare o nelle eterne giornate estive al mare o in montagna. La malinconia mi assale quando ripenso alle tue vicissitudini personali che hanno segnato per sempre il tuo temperamento. Per te la guerra non finì, il tuo babbo non tornò e la tua mamma da quel giorno si spense, piano piano, in un sorriso annebbiato dal pianto. Poi la buona sorte ti sorrise e, d’improvviso, il tuo destino cambiò, concedendoti una rivincita che hai sfruttato appieno. Ora te ne sei andato in quel luogo dove ti saranno concessi tutti gli abbracci e la tenerezza che il destino ti ha negato, con la donna della tua vita e i vecchi amici persi durante la tua lunga esistenza. La fine di ognuno arriva silenziosa e senza pietà, non concede difesa, donandoti infine il meritato riposo e la tua pace. Non ricordo quella voce del tempo in cui ero il bambino della foto sbiadita ma, tra le voci d'altri tempi, la tua mi risuona in mente alta e forte e spero che mi accompagni nella notte tranquilla che mi farà trovare la mia pace.

Niente passato, niente futuro

 

Niente passato, niente futuro

di Giuliano Lenni


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Siamo costantemente in bilico tra il ricordo di ciò che è stato e l'attesa di ciò che sarà. Il passato ci attira, con rimpianti e nostalgie, il futuro ci schiaccia con promesse e paure. La tendenza umana di vivere nel passato e proiettarsi nel futuro è naturale. Ricordiamo le lezioni apprese, riviviamo i momenti felici o dolorosi. Pianifichiamo, sogniamo, ci preoccupiamo per ciò che deve ancora accadere. Questa costante navigazione tra ieri e domani spesso ci priva della possibilità di esperire pienamente il presente, l’unico tempo che abbiamo davvero in nostro possesso. Non bisogna negare la nostra storia personale o rinunciare ad una sana pianificazione. Consideriamola una dichiarazione di liberazione dal peso dei rimpianti, che non vuol dire dimenticare, ma imparare a lasciare andare ciò che non può essere cambiato. Liberarsi dall'ansia per il domani non significa essere irresponsabili, ma comprendere che molte delle nostre preoccupazioni future sono ipotetiche e spesso fuori dal nostro controllo immediato. L'essenza di questo approccio risiede nella consapevolezza che il tempo che viviamo nel presente è l’unico che abbiamo e che possiamo perdere. Significa sentire il calore del sole sulla pelle, ascoltare il suono della pioggia, assaporare il cibo, percepire le proprie emozioni man mano che sorgono, senza etichette o giudizi. In questa ottica il passato diventa una fonte di esperienza da cui attingere saggezza, non una prigione emotiva. Il futuro si trasforma in un orizzonte di possibilità verso cui muovere passi consapevoli, non una fonte inesauribile di tensione. Il vero potere, l'unica opportunità di agire, di cambiare, di sentire, risiede nell’istante che viviamo. È nel presente che possiamo scegliere come rispondere a una situazione, come relazionarci con gli altri, come coltivare la nostra pace interiore. In un mondo frenetico, costantemente connesso e proiettato verso la prossima novità, “niente passato, niente futuro” è un invito a rallentare. È un promemoria per respirare, per osservare, per sentire. È un richiamo a riappropriarci del nostro tempo più prezioso, quello che sta accadendo proprio in questo istante. Abbracciare questa filosofia non è sempre facile. Richiede pratica e dedizione, un costante ritorno all'ancora del presente ogni volta che la mente inizia a vagare. Ma i benefici sono profondi: maggiore calma, chiarezza, gratitudine e una più profonda connessione con la vita stessa.

Tre vite

 

Tre vite
in equilibrio tra vita pubblica, privata e segreta

di Giuliano Lenni


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La piazza è l'immagine vivida della nostra vita pubblica. Un luogo di incontro, di scambio, dove si costruiscono relazioni e si definisce la nostra identità sociale. Mi fa pensare a come, fin dall'antichità, la piazza fosse il cuore pulsante della democrazia, uno spazio fisico e concettuale dove i cittadini partecipavano attivamente alla vita della comunità. In questa "piazza" si intrecciano le nostre diverse identità, in cui siamo cittadini con diritti e doveri, lavoratori che contribuiscono al benessere collettivo, membri di associazioni che portano avanti interessi comuni. Ed è proprio in questo spazio che esprimiamo le nostre opinioni, ci confrontiamo con gli altri e ci impegniamo per cause che riteniamo importanti. L'onestà e la giustizia sono i pilastri fondamentali per una convivenza civile e armoniosa. Senza questi valori la fiducia reciproca si incrina e la comunità rischia di disgregarsi. La filosofia politica continua a interrogarsi su come bilanciare la libertà individuale con le esigenze del bene comune, cercando modelli di governo e di organizzazione sociale che promuovano la giustizia e la partecipazione di tutti. Anche oggi, sebbene le nostre "piazze" siano anche virtuali, l'essenza rimane la stessa. Lo spazio pubblico è il luogo dove ci confrontiamo, ci esprimiamo e contribuiamo a costruire la società in cui viviamo. È un invito costante alla responsabilità e all'impegno civile. La vita privata è, d’altro canto, un rifugio prezioso, un contrappunto necessario alla vivacità della piazza pubblica. L'immagine della vita privata è la propria casa, intesa come spazio intimo e protetto. Lì, tra le mura domestiche o nel cerchio ristretto degli affetti più cari, possiamo abbassare le difese, togliere le maschere che a volte indossiamo nel mondo esterno e semplicemente "essere." La vita privata è il luogo dove coltiviamo i nostri interessi, nutriamo le nostre passioni e ci dedichiamo alla cura di sé. È uno spazio essenziale per ricaricare le energie, riflettere sui nostri pensieri più profondi e ritrovare un equilibrio interiore. In un mondo spesso frenetico e orientato all'apparenza, preservare e valorizzare questo spazio privato diventa un atto di consapevolezza e di amore verso sé stessi. Mi fa pensare a come l'equilibrio tra la vita pubblica e la vita privata sia cruciale per il nostro benessere. Trovare il giusto confine tra l'impegno sociale e la necessità di intimità è una sfida costante, ma fondamentale per una vita piena e appagante. La vita segreta è un tema affascinante e inquietante al tempo stesso. Si identifica nell’immagine di una stanza nascosta in cui sovviene l'idea di qualcosa di celato, di non detto, che abita in profondità dentro di noi. Da un lato è naturale e forse necessario avere dei confini, proteggere una parte di noi che sentiamo intima e personale. Dall'altro, quando questa "stanza segreta" si popola di ombre, di non detti, di aspetti di noi che rifiutiamo o temiamo, rischia di diventare un peso, un fardello che influenza negativamente il nostro benessere e le nostre relazioni. Ci spinge a interrogarci sulla vera natura della nostra moralità: agiamo rettamente per convinzione interiore o per timore della punizione e del giudizio degli altri? Cosa faremmo se fossimo completamente invisibili e impunibili? Questa domanda, apparentemente semplice, scava nel profondo della nostra etica e del nostro senso di responsabilità. La "stanza segreta" può diventare un terreno fertile per i nostri lati oscuri. I pensieri e i desideri inconfessati, le debolezze negate, le azioni di cui ci vergogniamo, se non portati alla luce e compresi, rischiano di agire sottotraccia, influenzando le nostre decisioni e i nostri comportamenti sia nella sfera privata che in quella pubblica. La vita è come un delicato equilibrio su una corda tesa tra questi tre palcoscenici. Ognuno ha la sua importanza e un eccesso o una negazione di uno di essi può portare a una perdita di equilibrio e a un senso di incompletezza. Un’eccessiva esposizione nella vita pubblica può portarci a smarrire la nostra autenticità, a conformarci troppo alle aspettative esterne, fino a perdere di vista chi siamo veramente. Al contrario, un eccessivo ripiegamento nella sfera privata può generare isolamento, un senso di distacco dal mondo e una perdita di quel senso di appartenenza e di realizzazione che deriva dall'interazione con gli altri. D’altronde la "stanza segreta" troppo ingombrante, carica di non detti e di ombre, rischia di minare la nostra integrità, di avvelenare le nostre relazioni con gli altri e, in ultima analisi, di impedirci di vivere una vita piena e autentica. Trovare un modo armonioso per vivere queste tre dimensioni è senz’altro necessario. Coltivare la capacità di stare bene in mezzo agli altri, di nutrire i momenti di intimità e di avere il coraggio di esplorare le nostre "ombre" interiori è un percorso di crescita e di consapevolezza fondamentale.  Forse la vera saggezza risiede proprio in questa integrazione. Una vita interiore ricca e sincera come bussola per le nostre azioni pubbliche e come nutrimento per i nostri affetti privati. Un'onestà radicale con noi stessi, che ci permetta di accogliere anche le nostre fragilità senza lasciarle diventare segreti dannosi, ma trasformandole in opportunità di comprensione e di crescita. È un equilibrio dinamico, in continua evoluzione, che richiede attenzione, consapevolezza e un costante lavoro su di sé. Ma è proprio in questa ricerca di armonia che si può trovare una pienezza di vita autentica e significativa.

Il nuovo villaggio globale

 

Il nuovo villaggio globale

di Giuliano Lenni

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Gli scontri ideologici, verbali e persino digitali che catturano la nostra attenzione nel mondo iperconnesso non fanno che appesantire ulteriormente questo periodo di incertezza globale, generando ansia e divisioni tra gli utenti dei social media e gli spettatori di piattaforme di informazione spesso polarizzate. La disinformazione e le bolle informative alimentano, a volte in modo algido e manipolatorio, l’ostilità tra fazioni contrapposte. D’altronde la digitalizzazione e la globalizzazione 2.0 permeano ogni aspetto del nostro quotidiano e chi non si adegua ai trend e ai codici comunicativi dominanti online rischia l'isolamento sociale e professionale. Per "stare al passo", si tende a utilizzare meme, reel e hashtag che appiattiscono il pensiero, insieme a un inglese globalizzato spesso superfluo, che rischia di erodere le sfumature e la ricchezza delle nostre lingue, un tempo baluardo delle identità culturali. Il turismo, pur con una crescente attenzione alla sostenibilità da parte di alcuni, vede ancora un’ampia offerta di esperienze standardizzate e "instagrammabili": resort all-inclusive, crociere e tour preconfezionati che spesso sorvolano l'autenticità dei luoghi, privilegiando comfort occidentali e opportunità fotografiche da condividere sui social network. La ricerca di "like" e di una "vita da influencer" può oscurare la profondità della storia e della cultura locale. Nei supermercati e nelle piattaforme di e-commerce, la disponibilità di prodotti da ogni angolo del pianeta, pur offrendo varietà, continua a sfidare i produttori locali e le filiere corte, con un impatto sul turismo enogastronomico autentico, che fatica a competere con la logistica e il marketing delle multinazionali. Ironia della sorte, mentre cerchiamo ingredienti esotici, i piatti tradizionali rischiano di diventare "di nicchia" o attrazioni turistiche per visitatori stranieri. I contenuti di intrattenimento globali, dalle serie TV in streaming ai videogiochi, dai fast food alle catene di abbigliamento, continuano a diffondere modelli culturali spesso distanti dalle nostre radici. L'omogeneizzazione del gusto e dello stile di vita è una sfida costante per la preservazione delle identità locali. L'aspetto più controverso della globalizzazione rimane la disparità economica. Sebbene la consapevolezza della povertà globale sia aumentata grazie alla comunicazione istantanea e alle campagne di sensibilizzazione online, l'efficacia degli interventi e la reale volontà politica di affrontare le radici del problema rimangono oggetto di dibattito. La cooperazione internazionale e gli obiettivi di sviluppo sostenibile sono spesso ostacolati da interessi geopolitici ed economici divergenti, accentuati da politiche protezionistiche come quelle sui dazi implementate durante l'amministrazione Trump, che hanno riacceso tensioni commerciali e messo in discussione l'efficacia del multilateralismo. Queste azioni, insieme alle crescenti preoccupazioni per la sicurezza nazionale e la sovranità economica, hanno contribuito a frammentare ulteriormente il panorama globale, rendendo più difficile la costruzione di un futuro equo e sostenibile. La speranza che il disagio di chi si sente alienato da questo sistema globale non sfoci in radicalizzazioni online e offline, in teorie del complotto e in forme di protesta violenta, risiede ancora nella possibilità di costruire un modello di globalizzazione più inclusivo e rispettoso delle diversità, dove il progresso economico vada di pari passo con la giustizia sociale e la sostenibilità ambientale. La sfida è trasformare la rabbia e la frustrazione in un impegno costruttivo per un futuro più equo e consapevole.



Com'è andata poi?

 

Com'è andata poi?
Alla sera della vita saremo giudicati sull'amore

di Giuliano Lenni

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“Com’è andata poi?” è una domanda che forse è meglio non fare, poiché non ha una risposta definitiva. Una frase che, quando viene rivolta, genera stupore e panico, quasi smarrimento. Ma certe volte, quando siamo in una situazione particolare, davanti a un buon bicchiere e liberi da ritrosie, vuoi confrontarti con la persona che ha trascorso con te quasi tutta la vita e che conosce di te tante di quelle cose che forse nemmeno te rammenti. Dopo il fatidico quesito si incardina un discorso complicato e incerto, in cui entrambi cercano di rimestare nei propri ricordi, nei più intimi desideri che avevamo e che si sono pian piano dispersi come nuvole all’orizzonte, un battito di ciglia e tutto è diverso da come lo avevi immaginato o sognato. Ti volti dall’altra parte e lasci che le tue aspirazioni seguano una strada diversa, magari ad appannaggio di altre persone che neppure immagini. Puoi restare a braccia aperte ad attendere che il tuo destino ti indichi la via da percorrere, che le stelle di un cielo sereno ti mostrino la via o che l’ebbrezza di in una lunga e calda giornata estiva ti riporti a quel periodo in cui i sogni sembravano realtà, quando il tempo era senza fine e non ti ponevi il problema del domani. Giornate spensierate dell’età adolescente dove sonno, soldi e paure non facevano parte del proprio vocabolario, non esistevano. La vita scorreva minuto per minuto, come dovrebbe essere ora che siamo adulti e ci affrettiamo a rincorrere un prossimo futuro che in fondo non esiste. Potremmo tornare ragazzi, in uno stato di innocenza e indipendenza, lontano dalle responsabilità e dalle complessità dell'età adulta, in cui la scelta della solitudine e della follia potrebbe essere intesa come una fuga da questo mondo, un tentativo di riappropriarsi di un'autenticità perduta. Invece dobbiamo abituarci alla condizione del presente, rimarcando una profonda riflessione sulla condizione umana, sui rapporti tra individuo e società, e sul significato della felicità. “Com’è andata poi?” è una domanda che forse è meglio fare, poiché ti può condurre in una strettoia di ricordi e in un turbinio di sensazioni che ti lasciano perplesso e infelice, ma ti può anche donare la consapevolezza che è andata bene, visto che hai avuto la possibilità di essere qui a rispondere.

2 novembre, memoria e amore


2 novembre, memoria e amore
di Giuliano Lenni

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La commemorazione dei defunti si presenta come una giornata intrisa di significati ed emozioni profonde. Questa data è un momento in cui il confine tra il mondo dei vivi e quello dei morti sembra farsi sottile, quasi trasparente. È una giornata che induce alla riflessione, ma anche alla celebrazione dell'amore che prosegue oltre la vita terrena. Le candele si accendono come piccole stelle che illuminano il buio, creando un’atmosfera intima e riflessiva. Ogni fiamma rappresenta un'esistenza, un ricordo, un legame che non si spegne. Si creano così dei sentieri di luce nei cimiteri in cui il passato riemerge, tessendo una trama di sentimenti che avvolge la nostra anima. La memoria è il fulcro fondamentale del nostro cammino, lucente ponte tra il passato e il futuro nel ricordare chi non è più una presenza reale ma rimane vivida nei nostri pensieri e nelle nostre azioni quotidiane. Il modo in cui ci hanno amato, il loro sorriso, le storie condivise e la loro voce: ogni piccolo dettaglio continua a vivere in noi. Questo giorno diventa così un’occasione per ricollegarci a quei ricordi, per riempirci di nostalgia e di gratitudine, trasformando la tristezza in un tributo all’amore eterno. Dunque una visita al loro luogo di riposo, una preghiera silenziosa o un pensiero, è una maniera per farli sentire vicini, per rinnovare quella connessione speciale che non potrà mai essere spezzata. Il 2 novembre ci ricorda che, sebbene la vita possa essere fragile e fugace, il sentimento è indissolubile. È un tempo per celebrare la bellezza della nostra umanità, per abbracciare i propri cari e per riconoscere che, in fondo, la vera essenza di chi amiamo vive in noi. Così, mentre accendiamo le candele, facciamo risplendere i ricordi dei nostri avi, mantenendo vivo lo spirito di chi ci ha voluto bene e supportato, rendendo omaggio a qualcosa che trascende dallo spaziotempo, l'amore che insiste a brillare nel nostro cuore.

Anima in affanno

Anima in affanno
di Giuliano Lenni

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Perché impegnarsi a comprendere ciò che un altro essere umano ha scritto? Forse perché crediamo che ne sappia più di noi? O per mera curiosità, per scoprire fin dove può spingersi la mente e l’anima di un'altra persona? Capire ciò che pensa uno scrittore è un atto complesso, intriso di molteplici motivazioni e significati. Il desiderio di leggere può essere visto come una manifestazione di incrementare le proprie conoscenze, un bisogno profondo di esplorare orizzonti che vanno oltre i confini della propria esperienza. Ma è anche una modalità per connettersi con gli altri, per intuire come essi vedano e interpretino ciò che vivono. Leggere ciò che una persona scrive non è solo un sistema di apprendimento, ma anche di scoperta e di piacere. È un modo per trascendere i propri limiti, per immergersi in connessioni inesplorate e per dialogare, anche a distanza di tempo e spazio, con l'intelletto di qualcun altro. La lettura rappresenta un'opportunità straordinaria per espandere i nostri orizzonti, permettendoci di accedere a un patrimonio di conoscenze altrimenti irraggiungibili. Quando leggiamo, ci avventuriamo in territori sconosciuti, percorriamo idee che non avremmo mai concepito da soli, otteniamo nozioni da chi ha dedicato anni a studiare, scoprire o riflettere su un determinato argomento. Questo attingere alla saggezza altrui non si limita solo all'acquisizione di nozioni, ma ci offre anche la possibilità di vedere i concetti filosofici da prospettive inusuali. Ogni autore, infatti, porta con sé il proprio bagaglio di esperienze, convinzioni e sensibilità e, attraverso la lettura, possiamo entrare in contatto con questo sapere, arricchendo così la nostra percezione del reale, oltre a consentirci di superare gli ostacoli imposti dalle epoche. Possiamo accedere ai pensieri di filosofi antichi, afferrare le scoperte scientifiche più recenti, sperimentare culture lontane, tutto questo senza muoverci dalla nostra sedia. Essa rappresenta, in questo senso, un vero e proprio ponte che collega mondi diversi, una finestra aperta su una varietà infinita di attività umane e con essa non solo ampliamo il nostro sapere, ma costruiamo anche una rete di connessioni intellettuali e emotive che ci aiutano a capire meglio noi stessi e il creato che ci circonda. Sì, la lettura ha un potere straordinario di trasportarci in luoghi immaginari e di farci vivere avventure che altrimenti non potremmo mai sperimentare. Quando ci immergiamo nelle storie ci allontaniamo per un po' dalle preoccupazioni quotidiane, permettendoci di visitare altre dimensioni dell'esistenza. Questa evasione dal quotidiano non è solo una fuga, ma anche un sistema per ricaricare la mente e l'anima, per ritrovare ispirazione e per affrontare la vita attraverso una prospettiva rinnovata. Le storie hanno un fascino particolare perché parlano alle nostre emozioni. Un buon racconto può farci ridere, piangere, provare paura o gioia, coinvolgendoci in un viaggio emotivo intenso e appagante. Attraverso i personaggi, ci immedesimiamo in vite diverse dalla nostra, comprendiamo meglio le complessità dell'animo umano e scopriamo nuove sfumature di sentimenti. Le parole, quando ben scelte e armoniosamente disposte, possono creare immagini vivide, suoni melodiosi, e sensazioni tattili che arricchiscono l'esperienza del lettore. Il linguaggio diventa così uno strumento artistico che, nelle mani di un abile scrittore, riesce a costruire universi paralleli fatti di carta e immaginazione. E poi c'è il gusto della scoperta, del non sapere cosa accadrà nella pagina successiva, della suspense che tiene incollati alla storia fino alla fine. Questo divertimento è parte integrante dello scorrere le righe scritte, trasformandolo in un'avventura avvincente che ci coinvolge e ci tiene compagnia, facendoci sentire parte di qualcosa di più grande. In sintesi, leggere non è solo una maniera per evadere dalla realtà, ma anche per vivere intensamente situazioni emotive e per godere del piacere della narrazione, una felicità che arricchisce la nostra esistenza e alimenta la nostra immaginazione. In definitiva, leggiamo ciò che scrivono gli altri per molteplici ragioni, che possono spaziare dalla ricerca di conoscenza e comprensione alla semplice curiosità e all'intrattenimento. Ogni esperienza è un'opportunità per espandere la nostra visione del mondo, per connetterci con gli altri esseri umani in modi significativi e sorprendenti, lasciando in disparte per un po' la nostra anima in affanno.

Dentro gli occhi

Dentro gli occhi
di Giuliano Lenni

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“Quando conoscerò la tua anima, dipingerò i tuoi occhi.” Questa frase del maestro Modigliani rappresenta il sunto perfetto della definizione occhi, i quali sono essenziali per la nostra vita, rappresentano l’intelletto umano e il progresso della civiltà. Vedere equivale a sapere, a capire, a decidere. Gli occhi sono luce, sono anima, sono vita, sono unici e, per questo, da sempre al centro della cultura umana. Il nostro sguardo è in grado di riferire il nostro stato d’animo ed è capace di percepire sentimenti ed emozioni senza la necessità della parola. Una delle prime immagini dipinte dall’uomo sono stati proprio gli occhi, idealizzati a tal punto da essere fonte di ispirazione per pittori, poeti e scrittori. Hanno dato origine a molti modi di dire di uso quotidiano e aforismi tramandati nei secoli. Durante il secolo breve, grazie alla fotografia e alla cinepresa, abbiamo ottenuto un modo di percepire gli occhi in maniera più consona rispetto agli sguardi disegnati dai pittori. Una delle sensazioni più interessanti riguardano gli sguardi che i fotografi hanno immortalato e resi famosi per l’intensità o colore, ma soprattutto per ciò che tali sguardi trasmettono a chi li osserva senza distrazioni. Gli sguardi di meraviglia dei bambini, lo stupore di un gesto gentile, il socchiudere gli occhi nel momento preciso di un bacio sulle labbra. Ma ciò che colpisce di più è lo sguardo di terrore e smarrimento dei deportati nei campi di concentramento di tutto il mondo, quelli che abbiamo impressi nella nostra memoria. Il senso di stordimento, di rassegnazione, l’incapacità per quegli occhi di capire il motivo di quello che stava succedendo loro. L’impressione più grande è provocata dagli sguardi innocenti e sorpresi dei bambini, la sensazione che se chiudi gli occhi muori, che se li chiudi rischi di dimenticare. Quegli occhi che oggi rivediamo nelle guerre sparse per il mondo, vicine a noi ma non troppo da farci preoccupare. Occhi che hanno il gravoso compito di farci riflettere e ci impongono il dovere di ricordare ciò che l’essere umano può concepire contro i suoi simili, in ogni epoca. Oggi e per sempre, quegli sguardi, ci devono insegnare a stare ad occhi aperti per vedere e non dimenticare. Se tieni gli occhi bene aperti non muori.

Tutti i giorni della mia vita


Tutti i giorni della mia vita

di Giuliano Lenni

- a Milena Barbetti, mia mamma -


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Ho sempre avuto una certa attitudine alla scrittura e so che amavi leggere quello che componevo. Ma in questo momento il normale fluire delle parole è divenuto incerto, incatenato da una commozione mai provata. Quello che non ti ho mai detto, per riservatezza o per orgoglio, riguarda la mia personale gratitudine e privilegio di averti conosciuta, simbolo di donna forte e immutabile di un periodo storico irripetibile che mi ha donato, come apice della mia gioventù, gli anni ottanta, una stagione straordinaria che ho avuto modo di apprezzare e vivere grazie alle persone della tua generazione, di cui i nostri figli non avranno il vantaggio di beneficiare. Ho in mente quei giorni che abbiamo vissuto insieme, che il tempo uccide per regalarci i secoli, in questo periodo di esilio terreno che siamo costretti a vivere in attesa dell’eternità. Ne potrei ricordare a decine, a centinaia; dalla ormai desueta colazione pasquale alla prima volta che mi hai fatto assaggiare la neve fresca con zucchero e limone. Oppure i luminosi giorni delle lunghe vacanze al mare, i pranzi della domenica, gli amorevoli rimproveri, gli insegnamenti o quell’abbraccio consolatorio ad alleviare piccole o grandi ferite. Mentre scrivo questo ricordo di te e per te mi sorprendo ad asciugarmi qualche lacrima, le stesse che hai versato per me quando, con amore e forza straordinaria, mi hai ricostruito in piccoli pezzi nel periodo più difficile della mia vita. Mi hai regalato lo stupore e lo splendore del tuo sorriso aperto e puro, capace di infondere speranza, che bramo di rivedere nel nostro personale aprile, quando tutto questo non avrà più senso e rimarremo insieme per l’eternità. In questo momento di perdita non sono capace di ricordare tutti i singoli episodi che ci hanno legato, d’altronde siamo costretti a ricordare solo ciò che la mente fissa nella memoria e come poi ce lo fa tornare in mente. Proprio per questo voglio portare dentro di me ogni singolo giorno che ho vissuto con te e, anche se non sentirò più la tua voce così familiare sono certo che mi tornerà in mente quando ti chiamerò per l’ultima volta. Avrei voluto scrivere il mio racconto più bello di sempre parlando di te. Non so se sono riuscito nel mio intento, ma so per certo che mai ho scritto e scriverò con più amore di così.


Siediti e ascolta, nuovo romanzo di Giuliano Lenni


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Design e copertina a cura di Agnese Lenni


Siediti e Ascolta

Romanzo di Giuliano Lenni


Un viaggio nell'anima umana attraverso il mistero della memoria e la bellezza dell'arte. In questa affascinante esplorazione, l'amore, la famiglia e l'amicizia si fondono con il surrealismo della vita quotidiana, mentre ci immergiamo in un racconto intriso di storia e di perdita. Scopriamo insieme i segreti sepolti di luoghi, oggetti e opere d'arte dimenticate, testimoni silenziosi della nostra fragile esistenza. Un invito a ascoltare le voci del passato, a riscoprire la bellezza nascosta e a trasformare il presente in un ponte verso un futuro luminoso. In un mondo che corre verso l'oblio, riflettiamo su ciò che rende veramente significativa la nostra vita.

La fusione tra amore, famiglia e amicizia nella vita quotidiana

Attraverso le opere d'arte, possiamo vedere come l'amore si manifesta in gesti di affetto e cura tra genitori e figli, come la famiglia sia un nucleo di sostegno e comprensione reciproca, e come l'amicizia possa essere un baluardo nelle avversità. Questi temi universali ci aiutano a comprendere l'importanza di coltivare relazioni positive e sincere nella nostra vita quotidiana. L'arte ci invita ad abbracciare l'amore, la famiglia e l'amicizia come fondamenta solide per una vita piena di significato e felicità.

I segreti sepolti di luoghi, oggetti e opere d'arte dimenticate

Un luogo sepolto e dimenticato dal tempo, oggetti e opere d'arte abbandonate, tesori che aspettano di essere riscoperti. Nascosti tra le pieghe del tempo i manufatti raccontano storie curiose e svelano un lato oscuro della storia umana. Ogni luogo abbandonato, ogni oggetto dimenticato e ogni opera d'arte negletta nasconde indizi preziosi che possono svelare verità nascoste e arricchire la nostra comprensione del passato. Scavare nella storia è come aprire un libro antico e perdersi nelle sue pagine ingiallite. È un'avventura affascinante che ci permette di riportare alla luce il patrimonio culturale che altrimenti sarebbe stato donato all’oblio.

Riscoprire la bellezza nascosta per un futuro luminoso

In un mondo frenetico e caotico, spesso ci si dimentica di guardarsi attorno e apprezzare la bellezza che ci circonda. Ma cosa succederebbe se prendessimo il tempo di esplorare, scoprire e riscoprire? La bellezza nascosta è come un tesoro prezioso che aspetta di essere trovato. Attraverso l'arte, possiamo immergerci in mondi lontani e sconosciuti, ma anche trovare rifugio nelle piccole meraviglie della vita quotidiana. Questa ricerca della bellezza nascosta ci permette di guardare al futuro con speranza e ottimismo. È un invito a rallentare, ad aprire gli occhi e a cogliere le sfumature del mondo che ci circonda, per creare un futuro luminoso in cui la bellezza sia parte integrante della nostra vita.

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Questo folle amore

 

 
Questo folle amore
di Giuliano Lenni
 

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“Ci amiamo da cinquant’anni e adesso me l’hanno rinchiuso in un ospizio, sono davvero triste. Ma non demordo, starò con lui finché potrò, anche se sono ormai stanco”. Inizia con questa frase la storia d’amore che mi tocca raccontare. Non perché non vorrei raccontarla, ma perché non amo intrufolarmi nelle storie altrui. Ma questa è una di quelle vicende che ti spezzano il cuore e l’unica soluzione è scriverne, affinché si possa condividere con altri così da esorcizzare la malinconia. Si parla di una storia d’amore tra due signori, sì avete capito bene, due uomini. Questa è una storia d’amore anomala, cioè una di quelle che durano fino alla fine, cosa sempre più rara nella nostra epoca. Colui che hanno rinchiuso in un ospizio ha una malattia che non gli consente più di vivere una vita quotidiana serena, pertanto i parenti lo hanno affidato alle cure di una casa di riposo. L’altro è un signore, con il quale ha convissuto per cinquanta lunghi anni, tra i tipici alti e bassi di ogni coppia e una certezza, un grande, folle amore. L’altro non voleva che finisse così ma non ha potuto impedire che ciò si verificasse, poiché non ha nessun diritto nei suoi confronti, non avendo legami riconosciuti legalmente. L’unica soluzione è starsi vicini comunque, a dispetto dei parenti e dei quasi ottant’anni che incombono sulle loro vite. Parlo di questa storia poiché conosco uno dei due signori. Lui è una persona per bene ed è piacevole trascorrere un po’ di tempo a parlare della sua storia e di come la città dalla quale proviene sta cambiando velocemente, tanto da non poterle più stare dietro. Si vorrebbe trasferire dove hanno portato il suo unico amore, ma non crede di potercela fare. E, allora, si rassegna a trascorrere la maggior parte del suo tempo in un appartamentino che ha preso in affitto vicino alla casa di riposo, così da non dover fare troppa strada per stargli accanto. So bene dell’esistenza di tante storie simili a questa, storie di amore e di sacrificio che vanno oltre le convenzioni sociali e le leggi, che si intrecciano silenziosamente tra le pieghe della vita di ogni giorno. Tuttavia, forse per la conoscenza diretta di uno dei protagonisti, questa è una di quelle narrazioni che ci toccano profondamente, che ci fanno riflettere sulla natura stessa dell'amore e sulla sua capacità di superare ogni ostacolo. È un racconto che ci ricorda l'importanza di riconoscere e rispettare ogni forma di affetto, di non lasciarci intimidire dalle norme e dalle restrizioni imposte dalla società. Ci insegna che è fondamentale avere il coraggio di lottare per ciò in cui crediamo, sia esso amore o idee, di difendere i nostri valori e di perseguire la felicità, nonostante le difficoltà che possiamo incontrare lungo il cammino.

 

Premio Michelangelo per il libro Sotto l’ala dell’aquila di Giuliano Lenni

Premio Michelangelo per il libro Sotto l’ala dell’aquila di Giuliano Lenni

Il libro, presentato sia in formato cartaceo che eBook, ha ricevuto il diploma d'onore con menzione d'encomio da parte della giuria della VI edizione del Premio Internazionale Michelangelo Buonarroti.

Firenze, 19/12/2021 (informazione.it - comunicati stampa - editoria e media) 

Sotto l'ala dell'aquila è un romanzo di Giuliano Lenni pubblicato a novembre 2020. Il libro, presentato sia in formato cartaceo che eBook, ha ricevuto il diploma d'onore con menzione d'encomio da parte della giuria della VI edizione del Premio Internazionale Michelangelo Buonarroti.

Un libro in cui si parla di un giovane ufficiale paracadutista che, durante il periodo di leva, si ritrova in un losco giro di traffico di armi tra l'Italia e la ex Jugoslavia, durante la guerra in Bosnia Erzegovina. Una storia in cui si intrecciano amore, amicizia, guerra, crimini e loschi traffici di armi.

La presentazione del romanzo recita “Amerigo non avrebbe mai dimenticato il periodo di servizio militare donato alla patria. Il ricordo lo avrebbe accompagnato per il resto della sua vita. Dal primo giorno di addestramento fino al giorno del congedo, passando attraverso periodi trascorsi tra gioie e amore, tra compagni sinceri e giorni spensierati ma anche tra cattive compagnie, crimini e straordinarie bugie. E un segreto da tener dentro fino alla morte.” Il racconto ha una ritmica veloce e accattivante che porta il lettore ad una lettura immediata del racconto.

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Addio all’Autogrill Pavesi


L'Autogrill Pavesi di Montepulciano negli anni '70

Addio all’Autogrill Pavesi

di Giuliano Lenni

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La ragazza, dietro al banco, mescolava birra chiara e Seven-up e il sorriso da fossette e denti era da pubblicità; come i visi alle pareti di quel piccolo autogrill, mentre i sogni miei segreti li rombavano via i T.I.R. Ogni volta questa canzone mi riconduce all’Autogrill Pavesi di Montepulciano, ricordandomi una ragazza che lì lavorava negli anni ottanta e che, dalla descrizione, la protagonista del famoso testo di Francesco Guccini potrebbe essere davvero lei. L’Autostrada del Sole, appellativo che già di per sé evoca meraviglia, venne iniziata nel 1956, nel pieno della rinascita italiana dopo le note vicende storiche. Passo dopo passo furono aperte le varie tratte autostradali finché, nel ’64, l’intero percorso entrò nella piena operatività. L’autostrada fu un’opera di grandi proporzioni che, di fatto, segnò l’inizio concreto del progresso di una nazione che si stava risvegliando attraverso il boom economico che, di lì a pochi anni, avrebbe posto la nostra penisola al centro della società internazionale. Un’opera d’avanguardia, figlia di un’Italia operativa e desiderosa di riscatto, in cui l'abilità e la maestria italica si espressero al meglio. Nell’immediato dopoguerra si era sviluppata la necessità di collegare, sia idealmente che materialmente, il popolo italiano e la costruzione di una via lunga 800 chilometri lungo lo stivale, rappresentava un’occasione da non perdere al fine di progredire sia dal lato sociale che da quello economico. La costruzione dell’Autostrada del Sole fu un evento così importante da smuovere grandi interessi economici e coscienze e divenne un punto fermo nella storia d’Italia. Il tratto che attraversa la Valdichiana venne inaugurato nell’estate del 1964 e, tre anni dopo, Mario Pavesi inaugurò “l’Autogrill dei sogni” nato dal geniale architetto Angelo Bianchetti, creando un’attrazione per tutti gli abitanti dell’intera area, tanto da divenire, nel tempo, un punto di riferimento ideale. Famiglie intere si radunavano per veder sorgere quel miracolo di ingegneria e architettura e, chi poteva, scattava qualche foto a futura memoria, per omaggiare la costruzione “più ardita del mondo”. La domenica i genitori portavano i propri figli a comprare oggetti mai visti fino ad allora, rischiando di sbattere contro i lucidi e trasparenti vetri divisori. Con il passare degli anni, pur cambiando nome, la popolazione circostante è rimasta legata alla Pavesi, un luogo ricordato nella vita di molti. Dal 18 ottobre 2021 la Pavesi non c’è più. Quel piccolo sogno americano lascerà spazio a due più funzionali, dicono, strutture moderne. Intanto molte persone, che si sono radunate nei paraggi per seguire le opere di demolizione a significare quasi una veglia ad un compagno di vita, hanno dato un ultimo saluto a quello che è stato un luogo del cuore. Qualcuno dice che sia spuntata anche una lacrima.

 


Sotto l'ala dell'aquila di Giuliano Lenni | Romanzo

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Design e copertina a cura di Agnese Lenni

Sotto l'ala dell'aquila

Romanzo di Giuliano Lenni

Colui al quale confidate il vostro segreto, diventa padrone della vostra libertà.
                                                                          FRANÇOIS DE LA ROCHEFOUCAULD

Amerigo non avrebbe mai dimenticato il periodo di servizio militare donato alla patria. Il ricordo lo avrebbe accompagnato per il resto della sua vita. Dal primo giorno di addestramento fino al giorno del congedo, passando attraverso periodi trascorsi tra gioie e amore, tra compagni sinceri e giorni spensierati ma anche tra cattive compagnie, crimini e straordinarie bugie. E un segreto da tener dentro fino alla morte.

Sotto l'ala dell'aquila è il nuovo romanzo di Giuliano Lenni, uscito sia in formato cartaceo che eBook.

Un libro in cui si parla di un giovane ufficiale paracadutista che, durante il periodo di leva, si ritrova in un losco giro di traffico di armi tra l'Italia e la ex Jugoslavia, durante la guerra in Bosnia Erzegovina. Una storia in cui si intrecciano amore, amicizia, guerra, crimini e loschi traffici di armi. Il romanzo ha una ritmica veloce e accattivante che porta il lettore ad una lettura immediata del racconto.


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Covid: il buon pastore

Gesù, il buon pastore. Mausoleo di Galla Placidia-Ravenna


Covid: il buon pastore

di Giuliano Lenni

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Giuseppe era tornato da poco in Italia dopo aver trascorso quasi cinquant’anni della propria vita al servizio dei più bisognosi, nella magnifiche e tormentate terre d’Africa. Aveva avuto la passione di aiutare il prossimo fin dall’infanzia quando, meravigliando parenti e amici, si dava un gran daffare per dare una mano nelle faccende domestiche alla madre e nei lavori di campagna al padre. Era nato in una bellissima giornata di aprile del 1945, proprio al termine della seconda guerra mondiale, da una famiglia che possedeva una cascina alle pendici della grande montagna. Si era dimostrato da subito un bambino assennato, sensibile ed educato e, a scuola, studiava con piacere e profitto, seppur al lume di candela, e la maestra lo adorava. Era davvero un bambino speciale. Terminate le elementari avrebbe dovuto intraprendere il lavoro del padre, un uomo atto ai lavori di campagna che gli permettevano di mantenere agiatamente la propria famiglia. Ma lui, Giuseppe, aveva un’ambizione più grande, sembrava che volesse alleviare le sofferenze del mondo. Si confidò con il parroco del piccolo paese arroccato a mezzacosta che, dapprima con stupore e poi con meraviglia, lo introdusse nel mondo del seminario, certo che il giovane sarebbe divenuto un buon pastore di anime. La famiglia non osteggiò la volontà del ragazzo, da sempre ben educato ma fortemente deciso e irremovibile sulle proprie decisioni. Passarono dieci lunghi anni di studio e, alla fine, don Giuseppe aveva coronato il suo sogno. Partì come missionario in Africa nel 1970, comprendendo che il suo servizio sacerdotale avrebbe avuto maggior impatto in quelle povere terre che in Italia dove già si respirava l’aria di opulenza, conseguenza del boom economico. Tra mille peripezie e combattendo ogni giorno a fianco di quelle povere e deboli persone, si era abituato a guardare dritta in faccia la morte, che certe volte gli sembrava un dono di Dio, visto che alleviava dolore e sofferenza, trasformando quei volti dolenti in facce distese e quasi sorridenti. Ormai alla soglia della vecchiaia il pastore decise che era arrivato il momento di tornare al suo paese di origine anche se, ormai, nessun familiare era più in vita. Voleva trascorrere proprio lì, dove tutto era cominciato, gli ultimi anni della propria vita. Il nuovo anno, il 2020, era iniziato sotto i migliori auspici e don Giuseppe trascorreva le sue giornate in solitudine, leggendo libri e raccogliendo pensieri inerenti la sua vita trascorsa ad aiutare gli altri, senza televisore o computer, strumenti che non amava e ai quali non era abituato. Un giorno di marzo scese al paese per fare una sosta al solito bar, per sorseggiare un buon caffè d’orzo e fare due chiacchiere con il proprietario. “Ha sentito don Giuseppe che disastro questo Corona virus?”, disse il barista. Il prete sobbalzò, non sapeva nulla, cadde dalle nuvole. Allora il barista gli porse il giornale dove compariva un articolo di un giornalista locale: “Una bellissima ammalata tricolore sta combattendo, oggi come ieri, contro le avversità di un evento che ancora non è stato ben compreso, che diverrà epocale grazie alla storia che ce lo racconterà. Il 2020, un normale anno bisestile, è cominciato nel modo che nessuno si sarebbe aspettato. Un terribile virus, denominato Covid-19 resta, per molti aspetti, una malattia misteriosa e il dovere di ogni cittadino è quello di rispettare le precauzioni e le regole basilari di pulizia personale per rallentare la diffusione del contagio. La coscienza e l’educazione ci impone di non farsi prendere dalla paura e di tenere lo sguardo dritto verso quello che accadrà, senza patemi. Le scuole di ogni ordine e grado sono state chiuse al fine di evitare il contagio di massa per evitare il collasso del nostro sistema sanitario nazionale. Le restrizioni, necessariamente imposte dal governo, tendono a limitare la libertà di ognuno, anche se non dobbiamo permettere alla paura di cambiare le nostre abitudini, cercando un difficile equilibrio tra la necessità di tutelare la salute ed evitare il rischio di una pandemia e condurre una vita il più possibile normale. Il rallentamento delle attività ha fatto rilevare danni economici già notevoli. I primi settori andati in crisi sono quelli legati al settore turistico, dei trasporti, della ristorazione e di tutte le attività collaterali legate a tale settori, dal commercio all'organizzazione di eventi. Le associazioni di categoria, i sindacati dei lavoratori e gli imprenditori chiedono a gran voce interventi a sostegno delle attività economiche colpite da questa crisi inaspettata che si aggiunge ad una già difficoltosa congettura economica negativa internazionale. Nei periodi di grande emergenza, come quello attuale, la coesione tra tessuto sociale e istituzioni si deve rafforzare, al fine di dare spinte economiche e sociali importanti prima di difficile raggiungimento e oggi velocemente adottabili. Nondimeno, da questa esperienza, dobbiamo trarre insegnamento e regalarci grandi opportunità. Ad esempio lo smart work può far abituare i lavoratori e le aziende a mirare ad un compromesso lavoro e famiglia. La scuola, obbligata a sperimentare la didattica online, può integrare l’attività formativa in aula con strumenti informatici facilmente utilizzabili attraverso la rete, coniugando scuola classica con studio virtuale. La vita ci regala giornate fantastiche e periodi di incertezza e dobbiamo essere noi stessi, con la nostra esperienza e le nostre interconnessioni, a superare le difficoltà per tenerci a galla e trarre ottimismo quando tutto sembra perduto. Ma, appena la bufera passa, il sole torna a splendere e con lui la nostra voglia di vivere e andare avanti facendo del nostro meglio. Teniamo la barra dritta verso il giorno dopo, che prima o poi arriverà, nel quale torneremo alla nostra libertà recuperata e avremo nuova forza per affrontare il futuro”. Letto d’un fiato l’articolo, il buon prede quasi cadde sulla sedia del piccolo bar. D’improvviso gli tornarono in mente le pestilenze che aveva dovuto affrontare nella sua lunga carriera, da missionario, ed un brivido gli percorse la schiena partendo dalla testa. Tutto si sarebbe aspettato, ma non il fatto di dover rivivere le angosce dei tormentati giorni africani. Intanto il bar si era affollato di un piccolo gruppo di amici che parlottavano fra se degli eventi che stavano sconvolgendo la loro zona e neppure si accorsero del vecchio prete che, pensieroso, finiva di sorseggiare il suo caffè d’orzo. Tornò pian piano verso la sua cascina e trascorse il resto della giornata ripercorrendo la sua vita con gli occhi socchiusi e lucidi di pianto. Tre giorni dopo, appena consumata la sua solita frugale colazione, don Giuseppe si sentì le gambe pesanti e un leggero mal di gola lo tormentava. Misurò la temperatura, trentasette gradi e sette. Il fiato si fece corto e subito chiamò il proprio medico condotto che, per fortuna, era vicino al luogo in cui viveva il vecchio parroco e giunse appena in tempo per chiamare l’ambulanza. Don Giuseppe si ritrovò, d’improvviso, in una grande camerata d’ospedale disteso supino nel letto e con i sanitari, tutti ben protetti da camice, mascherina e guanti che eseguivano su di lui le operazioni di routine per fermare quella maledetta infezione. Il prete aveva ripreso a respirare bene e avrebbe voluto elogiare quei giovani medici e infermieri che, a rischio della propria vita, lo stavano aiutando a recuperare la salute ma, non potendo parlare, cercava i loro occhi che comparivano di tanto in tanto dagli occhiali protettivi così che la sua sensibilità lo fece sprofondare in una stato d’improvvisa depressione. Percepire tutte quelle persone di fianco a lui, sofferenti e disperate, gli toglieva la voglia di vivere, capì che era esausto. La situazione, dentro di lui, precipitò quando sentì il medico del reparto che, rivolgersi a due suoi collaboratori con un gesto di resa, affermò che in corsia non avevano più respiratori e che un giovane stava soffrendo disumanamente in attesa della morte. Don Giuseppe sbarrò gli occhi e poi li socchiuse, la sua mente si affollò di visioni lontane, persone disperate che erano morte di fronte a lui, quasi sorridendo nella consapevolezza del termine del dolore fisico e della tanto aspirata pace. Con un gesto chiamò il medico e con un filo di voce gli sussurrò qualcosa. Il respiratore passò da don Giuseppe a Davide, un giovane operaio di 27 anni con moglie e figlioletta di 3 anni che lo aspettavano a casa. Il respiro di don Giuseppe si fece sempre più flebile mentre qualcuno lo osservava da lontano, piangendo. Lui incrociò quello sguardo, gli ricordava se stesso, si lasciò andare abbozzando un ultimo sorriso.
Concorso letterario Il tempo sospeso Decameron 2020-Temperino rosso

La fontana di Poggiofanti a Montepulciano


La fontana di Poggiofanti a Montepulciano

di Giuliano Lenni

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La costruzione dei Giardini di Poggiofanti ebbe luogo dal 1866 al 1875 per assurgere, fin da subito, a luogo di passeggio prediletto da poliziani e viaggiatori, vista la vicinanza immediata all’esterno delle mura delimitate da Porta al Prato, nella parte nord della città di Montepulciano. I lavori procedettero con la lentezza tipica di quei tempi, per il fatto che gli operai avevano a disposizione pochi mezzi di lavoro per trasferire l’enorme quantità di terra che veniva tolta e messa lungo quelle che poi sarebbero divenute le scarpate che conosciamo oggi e che, man mano, sorgevano nei dintorni. Con il passare degli anni i giardini vennero creati, con le aiuole, i viali e poi la cancellata donata dai conti Bastogi. Il caso volle che, verso la fine dei lavori, piovve ininterrottamente per tre giorni e tre notti. Quando gli ingegneri, passata l’enorme tempesta, si recarono a fare un sopralluogo degli eventuali danni provocati dalla pioggia, furono contenti di non trovare particolari criticità ma si trovarono di fronte ad una vasca rotonda e profonda circa un metro, in cui si era raccolta parte dell’acqua piovuta. Ma la più grande meraviglia venne suscitata dal fatto che, tra le torbide acque, nuotassero un numero considerevole di pesciolini rossi. Il fatto ebbe un tale clamore che molti cittadini, gridando al miracolo, chiesero la creazione di una fontana. Fu così che la vasca venne delimitata dalle pietre e dalla balaustra in ferro giunta fino a noi. In più venne costruita una tubazione per l’acqua corrente e uno sfioro per togliere le impurità, così da renderla chiara e limpida per la felicità dei pesci rossi che la abitavano. L’acqua che sfiorava fu convogliata in una tubazione che conduceva all’abbeveratoio, una vasca posta nella vecchia piazza del mercato, nella quale gli animali si potevano dissetare durante il loro passaggio, per vari motivi, a Montepulciano, unendo così l’utile al dilettevole. Da allora dalla fontana non ha mai smesso di sgorgare acqua limpida, anche se i pesciolini rossi non ci sono quasi più e l’abbeveratoio è stato sostituito dall’uscita di un anonimo parcheggio.

Covid, il giorno dopo


Covid, il giorno dopo
di Giuliano Lenni

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Una bellissima ammalata tricolore sta combattendo contro le avversità di un virus che ancora non è stato ben compreso. Il Covid-19 resta, per molti aspetti, una malattia misteriosa e il dovere di ogni cittadino è quello di rispettare le precauzioni e le regole basilari di pulizia personale per rallentare la diffusione del contagio. La coscienza e l’educazione ci impone di non farsi prendere dalla paura e di tenere lo sguardo dritto verso quello che accadrà, senza patemi. Le scuole di ogni ordine e grado sono state chiuse al fine di evitare il contagio di massa per evitare il collasso del nostro sistema sanitario nazionale. Le restrizioni, necessariamente imposte dal governo, tendono a limitare la libertà di ognuno, anche se non dobbiamo permettere alla paura di cambiare le nostre abitudini, cercando un difficile equilibrio tra la necessità di tutelare la salute ed evitare il rischio di una pandemia e condurre una vita il più possibile normale. Il rallentamento delle attività ha fatto rilevare danni economici già notevoli. I primi settori andati in crisi sono quelli legati al settore turistico, dei trasporti, della ristorazione e di tutte le attività collaterali legate a tale settori, dal commercio all’organizzazione di eventi. Le associazioni di categoria, i sindacati dei lavoratori e gli imprenditori chiedono a gran voce interventi a sostegno delle attività economiche colpite da questa crisi inaspettata che si aggiunge ad una già difficoltosa congettura economica negativa internazionale. Nei periodi di grande emergenza, come quello attuale, la coesione tra tessuto sociale e istituzioni si deve rafforzare, al fine di dare spinte economiche e sociali importanti prima di difficile raggiungimento e oggi velocemente adottabili. Nondimeno, da questa esperienza, dobbiamo trarre insegnamento e regalarci grandi opportunità. Ad esempio lo smart work può far abituare i lavoratori e le aziende a mirare ad un compromesso lavoro e famiglia. La scuola, obbligata a sperimentare la didattica online, può integrare l’attività formativa in aula con strumenti informatici facilmente utilizzabili attraverso la rete, coniugando scuola classica con studio virtuale. La vita ci regala giornate fantastiche e periodi di incertezza e dobbiamo essere noi stessi, con la nostra esperienza e le nostre interconnessioni, a superare le difficoltà per tenerci a galla e trarre ottimismo quando tutto sembra perduto. Ma, appena la bufera passa, il sole torna a splendere e con lui la nostra voglia di vivere e andare avanti facendo del nostro meglio. Teniamo la barra dritta verso il giorno dopo, che prima o poi arriverà, nel quale torneremo alla nostra libertà recuperata e avremo nuova forza per affrontare il futuro.

L'ombra del lupo


L’ombra del lupo
di Giuliano Lenni

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Il cacciatore fu trovato cadavere con ancora il fucile stretto tra le mani. Nel volto una smorfia di dolore e una profonda ferita sul collo spezzato. L’impronta dei denti aguzzi non dava adito ad errate interpretazioni. Era stato il violento morso di un lupo a causarne la morte. Ma come era successo visto che il corpo si trovava all’interno di un capanno da caccia, con la porta chiusa dall’interno? Qualche tempo prima, in una fessura rocciosa del fitto bosco, un lupo femmina e il suo compagno, avevano visto nascere i loro cinque lupacchiotti, due maschi e tre femmine. Dopo la primavera i cinque fratellini erano divenuti già robusti e in grado di gestirsi da soli nella fitta boscaglia. Ad autunno avrebbero già cominciato a cacciare con gli adulti e, pertanto, dovevano essere catturati prima per venderli agli zoo che ne facevano costante richiesta. L’estate era inoltrata ed il caldo umido invadeva la prateria che conduceva verso il fitto bosco. I cacciatori erano in tre e procedevano in fila indiana, accompagnati da un piccolo cane segugio adatto a seguire le piste delle lepri.  Erano tre esperti bracconieri che andavano in cerca di giovani lupi da rivendere a buon prezzo ai proprietari di zoo che gliele avevano richiesti. Si soffermarono e si voltarono indietro per vedere il percorso che avevano fatto fino ad allora, approfittarono per bere un sorso di acqua dalle borracce. Poi si inoltrarono nella fitta boscaglia e cominciarono a fare attenzione ai vari elementi che li avrebbero condotti nei pressi del luogo in cui i lupi gravitavano. Avevano il fucile ma non era loro intenzione usarlo, lo portavano solo per necessità in caso di difesa. Quello che a loro interessava era la cattura dei lupacchiotti che avevano la giusta età per essere venduti. Passarono la mattina a osservare il bosco, facendo attenzione ai dettagli che potevano svelare la presenza dei lupi. Il segugio, abituato a seguire l’odore delle lepri, non era di molto aiuto, anche se a volte si fermava e fissava un punto, come se avesse sentito un rumore che aveva attratto la sua attenzione. I tre, verso mezzogiorno, si fermarono in una piccola radura, per consumare velocemente il pasto che si erano portati da casa. Pane e prosciutto, formaggio e, per finire, un bel caffè ancora caldo nel thermos. Anche il piccolo segugio ebbe la sua razione di pranzo, oltre a qualche bocconcino che i cacciatori gli offrivano di tanto in tanto. Dopo la breve pausa ripartirono alla ricerca delle tracce. Il caldo soffocante costringeva i tre uomini a frequenti brevi soste, per respirare e bere un sorso d’acqua, mentre il loro segugio sembrava non stancarsi mai e, loro, lo guardavano ammirati e divertiti. Verso l’imbrunire, non avendo ancora trovato tracce dei lupi, gli uomini decisero di organizzarsi per trascorrere la notte nel bosco, avrebbero avuto un po’ di refrigerio almeno. Piazzarono i tre sacchi a pelo e la coperta per il loro fedele amico sotto ad una grande sporgenza della roccia, si tolsero gli stivali e i pantaloni e si sdraiarono per riposarsi da quella faticosa giornata. Non potendo accendere il fuoco o cucinare alcunché, per non farsi scoprire dai furbi lupi, mangiarono pane e salumi che avevano nel tascapane, concedendosi una birra ciascuno. Il segugio, anche lui sazio, se ne stava accucciato sulla sua coperta, mentre gli uomini parlavano a bassa voce, stiracchiandosi sorridendo. La notte trascorse nel dormiveglia, visto che, di tanto in tanto, il cane abbaiava all’improvviso, svegliando di soprassalto i tre cacciatori che già dormivano poco volentieri in quel fitto bosco ricolmo di rumori strani. Alle prime luci dell’alba i quattro erano già vestiti e pronti per il secondo giorno di ricerca. Il cane partì di corsa per una sgambata mentre i cacciatori, zaino in spalla, presero i fucili e proseguirono verso la vetta della montagna. Ne avevano di strada da fare. Arrivati verso la parte più alta della montagna si fermarono per riprendere fiato e per mangiare una po’ di cioccolata, che avrebbe garantito loro gli zuccheri per la fatica che stavano facendo. D’un tratto videro correre il loro fedele segugio verso un picco poco distante. Si allarmarono e corsero anche loro per vedere cosa avesse destato l’attenzione del cane. Arrivati in prossimità dello strapiombo notarono due grossi lupi immobili su una roccia con cinque lupacchiotti che stavano giocando. In quel mentre sopraggiunse il segugio che, avendo visto i piccoli, cercava di attrarre la loro attenzione per divertirsi con loro. Ma il lupo maschio non era d’accordo con il piccolo segugio e, con un balzo, lo raggiunse e, con un solo morso, lo uccise, trasportandolo poi nella tana. Sarebbe stato lui il pasto della famiglia dei lupi per quella giornata. I tre cacciatori rimasero impietriti da quella scena. Ma non fecero nulla, ormai il cagnolino si era sacrificato per loro, che avevano avuto così la possibilità di scovare il rifugio dei lupi. Nel pomeriggio, facendo attenzione a non fare il più piccolo rumore, i tre bracconieri piazzarono le reti nei punti strategici, in modo da catturare più lupacchiotti possibile e, poi, andarsene. A turno, i tre cacciatori, rimasero di vedetta nei pressi della tana, in modo da allarmare gli altri allorché i lupi fossero usciti dal nascondiglio dopo il riposo pomeridiano. Verso le sei del pomeriggio la famigliola uscì dalla tana. Il cacciatore più anziano sparò a mamma lupa che, dopo una breve fuga, si sdraiò a terra ferita a morte. I cinque lupacchiotti corsero via atterriti, ma caddero miseramente nelle trappole poste dai cacciatori così da rimanere tutti prigionieri. I tre cacciatori si guardarono intorno, non vedevano più il grosso maschio e questo era un buon motivo per restare preoccupati. Nonostante la paura i tre cacciatori sedarono i cinque fratellini e li deposero in apposite reti per poi andarsene il più velocemente possibile lontano da quel luogo terribile. Quando, verso notte, furono fuori dal bosco si fermarono ansimando, e si gettarono a terra esausti, felici per il grosso colpo portato a termine ma con un ombra nel cuore per aver perso il loro segugio. Prima di ripartire uno dei cacciatori, il proprietario del cane ucciso dal lupo, chiese agli altri due di trasportare i lupacchiotti verso le gabbie che li attendevano nel furgone lasciato ai margini del bosco. Lui sarebbe tornato per finire il lavoro iniziato. Voleva uccidere il grosso maschio che aveva azzannato il suo piccolo amico a quattro zampe e voleva farlo da solo. I due amici lo implorarono di non tornare da solo lassù, ma egli fu irremovibile. In men che si dica il cacciatore fu nuovamente nel luogo del misfatto e, nottetempo, costruì un piccolo capanno con i pezzi di legno trovati in loco. Chiusosi all’interno del capanno si rilassò, caricò il fucile a pallettoni e si mise in attesa di completare il suo lavoro. Di tanto in tanto il bosco emetteva strani suoni che destavano la sua attenzione, la luna piena favoriva una buona visuale del sottobosco e non avrebbe certo mancato la sagoma del lupo, appena ne avesse avuta la possibilità. Voleva a tutti i costi vendicare il suo cane. Si appisolò un attimo e si risvegliò di soprassalto, stanco ma determinato. Scorse un’ombra sopra la sua testa e rabbrividì. Era troppo tardi. 
"Il Racconto nel Cassetto"
Premio Città di Villaricca XV Edizione (SEZIONE RACCONTI)

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